lunedì, maggio 28, 2007

stavo guardando un film di Seagal quando...



salve a tutti.
E' da molto tempo oramai che non metto penna o tastiera o come volete voi in questo blog, e ora, in una squallida giornata di maggio, finalmente ho deciso di ricominciare.
Quest'oggi mi permetterò di dare giudizi a personalità particolari della scena politica, sportiva, e in generale da cultura televisiva che mi verranno in mente durante la produzione di questo post.
Orsù diamoci da fare:
Considererò solamente 2 votazioni, una positiva (che sarà espressa dalla locuzione "on the left"(non vi è alcuna pretesa o tendenza politica nel fatto che sia positiva la frase che traslata dalla lingua dei cugini mangiapatatine è"sulla sinistra")), e una negativa
("on the right" vedi sopra onde non fraintendere). Non ci saranno valutazioni intermedie perchè odio profondamente ogni moderatismo, sono un cazzo di estremista.

cmq cominciamo:

Fioroni e il suo ritardo nel comunicare le commissioni è on the right
Mastella e la sua partecipazione a una manifestazione di coglioni è on the right
Ambrosini che consiglia all'Inter dove mettersi lo scudetto è on the left
Papa ratzi e il suo appeacement nei confronti dei preti pedofili è on the right
Visco è sempre e comunque on the left
Mussi che non aderisce al pd è on the left, Mussi che impenna le tasse universitarie è on the right
Lewis Hamilton che protesta per la scelta della Maclaren di far vincere Alonso è on the left
Raikkonen che arriva ottavo e viene doppiato con la Ferrari è pesantemente on the right
La Fiorentina che va in uefa partendo da -15 è on the left
Il milan che vince una champions a cui non doveva partecipare è on the right
I votanti del Nord che fanno vincere la Lega sono on the right (questa è antidemocratica lo so)
Tutto sommato Sarkozy è molto più on the left della Royal
Pisa che monta una stazione lunga tre km per cercare onde gravitazionali è on the left
Blair che vende i regali di Berlusconi è on the left
Putin che ammazza giornalisti e reprime manifestazioni è on the right
Il siena che si salva è on the left
Il catania che si salva è on the right
Napoli è on the right, i napoletani sono on the right
gli italiani che non vanno piu a votare sono on the right
l'ipotesi di riemann è on the left
il bullismo nelle scuole è on the left
il coglione che muore facendosi una canna ma in reatà era crack è on the right
Tarantino che infama il cinema italiano è on the right
il pd, oltre a essere una bestemmia, è on the right
l'adsl cara in italia è on the right
obama è on the left
la mucca che fa latte scremato è on the left
ambrosini che si scusa è on the right
la giornata mondiale del sollievo è on the right
michele santoro è on the right
il film stay alive è on the right
css è on the left, il gungame dei gov pure
marco travaglio è in the left
toni che va al bayern è on the left
la mia prof di greco è on the left
io sono assai on the left
gli $b sono on the left
questo blog è on the left
dimenticavo: la conferenza di Yalta è on the left

se volete dare anche voi giudizi con tali parametri fatelo nei commenti.
buonanotte.

.cek

martedì, maggio 22, 2007

Turn on, tune in, drop out ...




L'assolata domenica pomeriggio in cui demmo ad Allen Ginsberg i funghi cominciò pigramente. Alle nove del mattino Rhona e Charlie erano in cucina, a dare inizio alla serie di colazioni. I primi a scendere furono Jack Leary e il suo amico Bobbie, che avevano passato la notte in casa. Bobbie era poi uscito per andare a messa. Quando scesi in cucina vi trovai Donald, un pittore hipster non invitato di New York che sedeva al tavolo, avventandosi come un procione su toast e pancetta. Frank Barron e i poeti, Allen Ginsberg e Peter e Lafcadio Orlovsky, erano ancora nelle loro camere e noi gironzolavamo in cucina con la calma e l’attenzione tipiche della domenica mattina, per non svegliare quelli che ancora dormivano. Lafcadio, il fratello di Peter, aveva ottenuto una licenza da un ospedale psichiatrico.
Intorno alle dodici e trenta la quiete fece posto all’animazione familiare. Bobbie era tornato dalla chiesa dove aveva raccontato, eccitato, al padre la festa che avevamo dato la sera precedente per la squadra di rugby di Harvard e come io avessi donato ai ragazzi, Bobbie e Jack, un dollaro ciascuno per aver servito da bere agli invitati.
Trassi da questo sviluppo profitto e perdita politica. La squadra di rugby di Harvard cercava un ingaggio. Ma cosa c’entrava in tutto questo l’affidare il servizio del bar ai ragazzi? Il padre di Bobbie è un irlandese, perciò tutto va per il meglio. Per il meglio.
Si spalancò in quel mentre la porta e irruppero dentro Susan Leary e tre ragazze, s’aggirarono per la cucina, salirono di sopra per vestirsi, ridiscesero per preparare l’occorrente per un picnic, ritornarono di sopra per prendere dei dischi, quindi fuori e poi di nuovo dentro per del ginger ale.
Il rumore si era ora spostato al piano di sopra: sentivamo muoversi i dormiglioni e lo scorrere dell’acqua in bagno, e scese Frank Barron, mezzo addormentato, per friggersi delle polpette di merluzzo per colazione. E poi, Allen Ginsberg e Peter. Allen s’aggirava per la cucina con un’andatura da miope e poi s’accinse a cuocere delle uova, e Peter sedeva in silenzio, guardandolo.
Dopo colazione, i poeti s’immersero nella lettura del “Times” e Frank andò nella camera di Susan per guardarsi alla TV una partita di rugby e dissi ad Allen di fare come se fosse a casa sua e questi prese delle birre e andò a unirsi a Frank. Donald, il pittore, si era aggirato pian piano per la casa guardandosi intorno con i suoi grandi occhi da bambino e mettendo il naso in ogni angolo e rovistando tra i libri e tra i dischi. Aveva chiesto di prendere, la sera, i funghi e stava cercando dischi di musica india per tamburo. Gli suggerimmo di telefonare, a tal fine, alle biblioteche locali. Un suo amico, uno studente in antropologia, poteva forse trovare alcuni dischi indios; e mi chiese se poteva prendere la macchina per recarsi a Cambridge. Parlava a fatica, con tono serio, interrompendosi spesso, e gli dissi di usare senz’altro la mia macchina.
Durante la trasmissione, entrarono Jack Leary e i suoi compagni nelle loro divise da rugby e osservarono per un attimo la partita e poi s’annoiarono e salirono nella stanza da gioco al terzo piano. Li prendemmo in giro perché si erano bardati a quel modo, sembravano guerrieri rivestiti di pelle di cinghiale, e perché, anziché uscire a giocare, se ne stavano rinchiusi in casa. Finita la partita, Frank Barron chiamò Charlie e i ragazzi, e uscimmo fuori e ci portammo dietro il garage per giocare a pallaovale. I poeti declinarono gentilmente l’invito di prendere parte al gioco. All’imbrunire rientrammo e cominciò la lunga scena tipica della cena domenicale: prosciutto freddo e pasticcio di carne, whisky e soda con ghiaccio (ma non per i poeti). In cucina regnava un’allegra confusione. Rhona e Charlie avevano mal di stomaco e salirono presto in camera. Lafcadio era rimasto a letto quasi tutto il pomeriggio, fino a quando non era salito Allen per dirgli di scendere e una volta giù si sedette in un angolo, calmo, impassibile, misterioso: forse stava pensando a marziani in atto di porre piede sulla Terra. Annuiva ogni qual volta gli offrivamo da mangiare, e Allen gli diceva di svuotare i piatti ed egli ubbidiva, in silenzio e meccanicamente. Dopo cena, chiedemmo a Jack e a Bobbie se desiderassero andare a giocare a palla nel corridoio del piano di sopra con Lafcadio ed essi risposero affermativamente e si precipitarono fuori della cucina con Lafcadio che si trascinava dietro loro. Vi sono tutt’oggi impronte di palla sul soffitto bianco e la lampada a muro non ha più funzionato come prima, ma Allen ha detto che il week-end è stato una formidabile terapia per Lafcadio. Egli diventò più loquace e continuò così per parecchie settimane, dopo che furono partiti.
Allen Ginsberg, ingobbito sopra una tazza di tè, guardando attraverso i suoi occhiali orlati di nero, la lente sinistra divisa in due da un’incrinatura, cominciò a raccontarmi le sue esperienze con l’Ayahuasca, la magica liana visionaria che cresce nelle giungle del Perù. Egli aveva seguito Bill Burroughs nella sua ricerca, si era spinto verso sud alla scoperta di nuovi reami della conoscenza, dell’elisir della saggezza. Si era seduto, sudando per il caldo, solo, in qualche stamberga di Lima, tenendosi con la mano sinistra un batuffolo di cotone imbevuto di etere pressato contro il naso, e bevendo e scrivendo poesie con la destra e poi aveva percorso, in corriere di seconda classe, assieme a indios, la Cordillera delle Ande e poi ancora corriere e autostop: addentrarsi tra le giungle e tra i fiumi rilucenti del Montana, vagabondare tra le fumiganti foreste equatoriali. Poi il villaggio di Pucalpa, e le trattative per trovare il curandero, pagato con aguardiente, e il rito stesso, l’ingurgitamento della sostanza amara, e la nausea e i colori e il battere dei tamburi e lo sprofondare del vuoto vacuo, nel grande occhio che tutto racchiude, e il terrore che venisse il grande serpente, il giacere indifesi sul pavimento di terra e l’arrivo del grande serpente. Il vecchio curandero, faccia raggrinzita piegata su di lui, e Allen che gli diceva: culebra, e il curandero che ammoniva con gesti clinici del capo e che gli soffiava contro una boccata di fumo per far sparire il grande serpente, che svaniva davvero.

Il destino del fuoco dipende dalla legna; fino a quando sotto v’è della legna, in alto il fuoco brucia. Lo stesso dicasi per la vita umana; parimenti v’è nell’uomo un fato che cede potere alla sua vita. (I Ching L)

Cominciai a porre ad Allen domande sul curandero. Desideravo conoscere i rituali, scoprire come le altre culture (più antiche e sagge delle nostre) si fossero comportate nei confronti delle visioni. Ero affascinato dalla questione dei rituali. Per la scienza della coscienza il rito rappresenta ciò che l’esperimento è per la conoscenza del mondo esterno. Ero convinto che non uno dei nostri riti americani fosse adatto all’esperienza dei funghi. Non i ricevimenti. Né le sedute psichiatriche. Né il ruolo del maestro sacerdote. Fui impressionato da quanto Allen aveva detto circa la paura e la nausea che provava ogni qual volta prendeva le droghe e circa il sollievo e la forza rincuorante del curandero, circa l’aiuto che derivava dall’avere vicino qualcuno che sapeva, che aveva esplorato quelle regioni estreme della mente e che era in grado di dire con uno sguardo, con una manata, con una boccata di fumo, che tutto procedeva bene, di continuare il cammino, di esplorare il mondo sconosciuto: va tutto bene, ritornerai, tutto va per il meglio, io sono qui, su questa nostra vecchia terra, pronto ad accorrere in tuo aiuto quando avrai bisogno di me, a riportarti indietro.
Allen mi parlò della formazione dei curandero. Il vecchio stregone prende per settimane la via delle montagne con il suo allievo e lo costringe a prendere la droga giorno dopo giorno, notte dopo notte, a esplorare tutti gli angoli e gli antri e le cale recondite del suo mondo visionario – il territorio del cielo e dell’inferno, la gioia, l’orrore, le vette orgiastiche, le scure paludi ardenti, gli angeli e i serpenti maligni – fino a che non fosse giunto agli estremi limiti della conoscenza. Solo allora l’allievo era in grado di fungere da curandero, di seguire i viaggiatori cerebrali, di capire le parole e il comportamento che disorientavano e spaventavano l’osservatore impreparato.
Allen mi parlò del caro medico del villaggio che lo circondò con calore terapeutico mentre egli s’addentrava tra gli antichi riti propiziatori – mano sulla spalla, e una tazza di tè bollente e l’atto di coprirlo con delle coperte. La mia mente riandò a una seduta durante la quale uno studente universitario cadde sul tappeto in preda a timor panico, e a come Frank Barron, il medico d’avanguardia veterano, l’avesse fatto ritornare in sé mediante compresse fredde e parole gentili, e a come lo studente non avesse mai dimenticato la figura di quel dottore, che faceva la cosa giusta al momento giusto.
Quella notte, sul tardi, Allen avrebbe preso i funghi e mi preparava perché potessi essergli d’aiuto. Allen stava intessendo una formula magica, occhi scuri che lampeggiavano attraverso gli occhiali, mani in movimento, poesia intensa, mistica. Frank Barron era adesso nello studio, e con lui si trovava Lafcadio Orlovsky.
Risalì quindi lungo il vialetto una macchina e dopo un istante si aprì la porta ed entrò lemme lemme Donald, bene imbacuccato e bagnato. Aveva portato con sé un amico, uno studente in antropologia di Harvard, perché gli fosse accanto durante il viaggio. Donald chiese se il suo amico poteva assistere alla sessione. Mi piaceva l’idea di avere un amico accanto mentre si prendono i funghi, qualcuno cui potersi rivolgere nei momenti in cui si ha bisogno di un conforto e così gli dissi di sì, però il suo amico non poteva prendere le pillole perché era uno studente universitario. Ci consigliavano tutti di disgiungere la nostra ricerca da Harvard per evitare complicazioni con l’Ufficio sanitario dell’università e per prevenire le chiacchiere. Donald non aveva fame, così gli versai da bere e poi presi la boccettina rotonda e tirai fuori il cotone di protezione e diedi a Donald delle pillole per un equivalente di 30 milligrammi e altre ad Allen Ginsberg per un equivalente di 36 milligrammi. PARECCHIE SERE PIÙ TARDI IN CASA DI LEARY PRESI UNA FORTE DOSE DI DROGA: 18 PILLOLE (36 MILLIGRAMMI) E SALII CON ORLOVSKY AL PIANO DI SOPRA, IN UNA STANZA APPARTATA.
Allen cominciò a darsi da fare per preparare la sua spelonca di visioni. Portai nella sua stanza il giradischi di Susan ed egli prese in studio alcuni trentatré giri di Beethoven e di Wagner e spense le luci sicché la stanza cadde in una penombra soffusa. MI SPOGLIAI COMPLETAMENTE E MI SDRAIAI A LETTO, ASCOLTANDO LA MUSICA. Gli dissi che qualcuno di noi sarebbe venuto a controllare ogni quindici minuti ed egli mi avrebbe fatto sapere se avesse avuto bisogno di qualcosa.
Quando scesi, era già “salito” anche a Donald, che girovagava per la casa a passi lievi, con le mani giunte dietro la schiena e la mente immersa in cose profonde.
COME LA MIA COSCIENZA S’ALLARGÒ, MI VIDI SDRAIATO SUL LETTO, CON L’ALTERNATIVA DI ABBANDONARMI ALL’INTROSPEZIONE MISTICA E AL VOMITO, O DI VINCERE IL VOMITO STESSO, DI APRIRE GLI OCCHI E DI VIVERE NELL’UNIVERSO PRESENTE. Mi fermai in studio a scrivere delle lettere e a leggere il “Times”. Mi ero completamente dimenticato dello studente in antropologia, che era in cucina ad attendere. M’INCUTEVA TIMORE LA PERCEZIONE DI NON AVER ANCORA RAGGIUNTO UNA COMUNIONE PERFETTA CON IL MIO CREATORE, CHIUNQUE EGLI FOSSE: DIO, CRISTO, O BUDDHA – LA FIGURA DELLA FORZA TENTACOLARE, COME PRIMA.
Dopo circa trenta minuti trovai Donald in corridoio. Mi chiamò con voce accorata e cominciò a parlarmi dell’artificiosità della civilizzazione. Giudicava con rigore le questioni di base ed era chiaro ciò che stava avvenendo in lui: faceva tabula rasa d’ogni astrazione, cercava di spingersi oltre le parole e i concetti. ALL’IMPROVVISO, COMUNQUE, COMPRESI CHE ESSI ERANO TUTTI ESSERI IMMAGINARI DA ME CREATI PER VINCERE LA PAURA DI ESSERE ME STESSO – COLUI CHE AVEVO SOGNATO DI ESSERE.

tratto da "Il grande Sacerdote" di Timothy Leary...

mercoledì, maggio 09, 2007

Libera associazione di pensieri...

...C'era una volta cagna nel cielo di Irlanda e una vecchia soffitta di latta blu scura come la nebbia di inverno evapora come l'acqua che bolle se non butti la pasta che se scuoce s'attacca coll'Attack dell Mars che mi impasta la bocca anche peggio dell'afta quasi quasi mi faccio una striscia di Nafta insieme alla Lina sulla pancia di Aldo... Giovanni e Giacomo e Lorenzo e tutti gli $b...




D_G forse un po' troppo on the Freud...